Sono 1479 i migranti arrivati a Trieste nel 2019, più del doppio dell’anno precedente, quando gli arrivi erano 649. Persone che hanno trovato assistenza in diversi centri, tra cui Casa Malala, la struttura aperta nel 2016 e gestita da Consorzio italiano di solidarietà e Caritas. “Abbiamo dovuto gestire nell’ultimo anno numeri elevati – spiega il presidente di Ics, Gianfranco Schiavone –. Al tempo stesso i trasferimenti verso altre città sono andati aumentando nel corso del 2019, andando di pari passo con gli arrivi. Si tratta insomma di una struttura che gestisce grandi numeri: come farlo senza discostarci dall’approccio del resto del sistema triestino?”.

La situazione, spiega Schiavone, è complessa: “A causa della turnazione, la presenza mediana nella struttura è andata diminuendo, calando da un paio di mesi a un paio di settimane, arrivando a circa cinque giorni nel periodo estivo. Questo incide sul lavoro: se si vuole mantenere la qualità dell’approccio, bisogna fare in pochi giorni il lavoro di mesi (che include colloqui in cui fornire informazioni sui loro diritti e doveri, su cosa succederà loro e sul perché saranno trasferiti) – afferma -. Bisogna registrare che, nonostante questa situazione complessa, non si sono provocate tensioni, fughe e rivolte; la situazione è tranquilla, grazie alla professionalità di mediatori e operatori”. “Una certa politica – osserva Schiavone – vorrebbe questi centri il più possibile chiusi, il che creerebbe ulteriori tensioni sociali”.

Anche per questo è stato pubblicato il report “Accoglienza, non emergenza. Casa Malala ovvero la prima accoglienza alla prova dei grandi numeri”, come spiega don Amodeo della Fondazione Caritas: “Stiamo gestendo questa struttura in una RTI insieme al Consorzio Italiano di Solidarietà da quando è stata aperta, nel 2016. Ci sembrava opportuno pubblicare i dati relativi alla sua gestione, per spiegare bene la complessa situazione che potrebbe ora cambiare”. È infatti stato aperto dalla Prefettura un bando per la gestione della struttura, a cui partecipano quattro diverse realtà.

L’esperienza di Casa Malala “insegna invece che la gestione è molto più efficace se c’è apertura, se gli orari del centro sono flessibili e se ogni accolto ha la possibilità di interfacciarsi con operatori e mediatori – sottolineano i curatori del report – Questo significa impiegare risorse e personale adeguati: ma questo non è previsto dal Ministero, che nel capitolato di spesa prevede scenari inquietanti, con ad esempio un solo operatore notturno per oltre cento accolti. Il centro sarebbe, insomma, abbandonato a se stesso”.